Riflessioni sulla vita dell’autore Massimo Bisotti.

Ho iniziato a diffondere pensieri in rete nel 2010, quando venne pubblicato il mio primo libro “Foto/grammi dell’anima” una raccolta di racconti fiabeschi completamente privi di giudizio.

Ho cominciato scrivendo dapprima su una pagina di libri, sulla pagina Facebook, poi ne ho creata una mia. Le persone, incuriosite, si sono avvicinate da sole.

Cerco di comportarmi con gli altri come vorrei si comportassero con me, perciò non ho infastidito nessuno, ho utilizzato esclusivamente i miei mezzi per diffondermi. Sarà che ciò che mi ha sempre stimolato è la curiosità e la curiosità non si pretende, si ottiene da sé.

Ciò che ha accompagnato la mia vita dall’inizio è stata sempre l’esigenza di trovare la giusta dimensione, il mio posto, di ricercare un angolo sereno nella confusione. Un angolo che può essere ovunque: in un luogo, in una persona, in noi stessi, in una passione e, se si è fortunati, in un lavoro.

Il vero successo è far avvicinare la nostra vita il più possibile a ciò che avevamo sognato per noi.

La scrittura mi ha aiutato ad affrontare dei periodi critici. Scrivo da sempre. Credo di aver iniziato a farlo perché le mie parole rimarginassero le ferite e si chiudessero in cicatrici. Penso che al di là delle ferite, ognuno di noi, abbia sempre una sorta di pelle sana che sente ancora di voler difendere.

Sono arrivato poi nel 2012 alla pubblicazione del libro “La luna blu” che contiene anche una parte di mia vita reale, delle sofferenze legate probabilmente pure ad un bagaglio emotivo che tutti noi abbiamo e ci portiamo dentro e di cui non riusciremo mai a liberarci del tutto.

Il libro si è diffuso senza pubblicità o promozioni, solo esclusivamente grazie al passaparola delle persone, le stesse che mi incoraggiano, che mi scrivono cose meravigliose, che vengono a trovarmi alle mie presentazioni, che si tatuano le mie frasi e che si regalano i miei libri per amore. Perché poi nulla si ottiene da soli. Se pure partiamo da zero, si ottiene anche grazie all’amore degli altri.

Sostengo da sempre che la vera ribellione sia esclusivamente riprenderci il diritto di essere noi stessi, ad ogni costo, ribellarsi a ciò che non vogliamo essere.

Gli squarci che riceviamo alla vita sono ferite ma non sono mai un destino che la distrugge. Il nostro modo di reagire agli eventi non li cambia ma può mutare il nostro approccio al domani. Credo che alla base di tutto io non mi sia mai arreso. A un certo punto ho scelto e deciso che questa era la strada che volevo intraprendere e mi ci sono buttato a pieno, partendo dal niente.

Dovremmo sempre ricordarci che non serve stare a guardare chi ce la fa per vie traverse, stare a giudicare l’operato altrui. Noi dobbiamo partire dal punto in cui siamo e non dal punto in cui, a torto o a ragione, crediamo che avremmo dovuto essere. Siamo a zero? Si parte da zero.

Se avessi perso tempo a screditare gli altri, non sarei riuscito a realizzare niente, avrei solo sprecato tempo. Mi spiace accorgermi di questo: di quanto le persone perdano tanto del loro tempo a parlare male degli altri, a mettere sotto assedio i posti altrui, piuttosto che a comprendere quale sia il posto in cui vorrebbero arrivare.

Se non c’è sempre successo nel fare non ce n’è di sicuro mai nessuno nel non fare.

L’Italia, mi sono accorto, è uno dei pochi Paesi dove si perde più tempo a demolire gli altri piuttosto che a costruire sé. Mi ha sempre spinto il sentimento di ammirazione verso ciò che ritenevo valido, utile, importante per la mia vita e ho cercato di farne tesoro. Quando ci spinge l’ammirazione possiamo dirci interiormente: “Ce l’ha messa tutta, ce l’ha fatta, posso farcela anch’io, perché no?” Mi sembra possa essere una carezza che ci auto regaliamo.

Possiamo sempre scegliere cosa vogliamo dentro e cosa vogliamo fuori, perciò quello che non mi piace l’ho sempre lasciato fuori. Tutto ha diritto di esistere, non siamo al mondo per decidere cosa debba vivere e cosa morire, siamo al mondo per dare un senso alla nostra vita. E la nostra vita ha senso soltanto se riusciamo a darglielo noi, altrimenti è una corsa costante verso un epilogo comune.

Così, dopo aver fatto innumerevoli lavori, ho pensato che forse il percorso che ho maturato nel tempo, non privo di fallimenti, cadute, rapporti andati a finir male, avrebbe potuto essere d’aiuto a qualcuno. Forse essere utili, lasciare qualcosa di noi che possa continuare dopo di noi, regala alla nostra vita un velo d’immortalità. Probabilmente si scrive anche per questo.

Essenzialmente per un’esigenza interiore che va al di là di ciò che possano poi dire gli altri. Non si scrive per compiacere ma per raccontare e ognuno lo fa a proprio modo, come può, come sa.

Per molti chi scrive non vive e invece vive così tanto da regalare agli altri parte delle vite che incontra.

Il proprio lavoro non può piacere a tutti e questo, qualsiasi scelta prendiamo, dobbiamo sempre considerarlo e accettarlo. Con l’avvento dei social network, utilissimi per diffondersi dal nulla, viene spesso confuso il diritto di critica con il diritto di offesa, che è un po’ al confine fra essere liberi di esprimersi e uccidere il diritto degli altri ad esistere.

Spesso alle critiche feroci ho risposto che il giorno in cui dovessi iniziare a rompere le scatole agli altri sul modo in cui vivono, sul modo in cui amano, sulle proprie scelte, reputerei ufficialmente fallito il senso della mia esistenza. Trovo sia molto facile entrare nella vita degli altri con aggressività e con un senso distruttivo. Molto più complesso invece è entrare nella vita degli altri come un dono da conservare. Credo però che la grande differenza stia nel fatto che un’offesa, per fortuna, ce la lasciamo indietro in fretta, mentre un regalo che dà gioia, magari nel tempo, continua a sprigionare un’energia positiva che torna ancora fra le nostre mani. C’è un vecchio detto Zen che dice:

La vernice con cui provi a sporcare gli altri è la stessa che rimane sulle tue mani”.

Il regalo che mi è tornato indietro dalla mia scrittura è questo, l’entusiasmo collettivo. Ci sono persone che attraverso essa si sono conosciute, riconosciute, incontrate. Alcune si sono fidanzate, altre sono diventate amiche al di là di me. Questo è ciò che io chiamo “ponte fra le anime”, quello che mette in comunicazione altri mondi.

Ogni tanto penso che anche dai miei stessi libri riceverei sempre spunti differenti se potessi leggere quello che ogni essere umano ha sottolineato, perché ciò che ci colpisce è unito da un filo comune alla luce però delle nostre diversità. Oggi è in ventiquattr’ore già domani, ma ciò che tiene uniti i rapporti non è altro che un insieme di piccoli oggi che non si sono arresi a morire domani.

Molte cose ci lasceranno, altre ci verranno a trovare. Mi sembra che le nostre vite siano sempre più simili di quello che vogliamo ammettere e accettare. Dal momento in cui un bambino viene al mondo vuole essere amato, dal primo vagito all’ultimo respiro. Per questo credo che l’amore sia un modo di abitare la vita, non di sicuro soltanto un legame di coppia. La stessa differenza che c’è fra guardare un fiore, sentirne il profumo e lasciarlo vivere nel suo terreno piuttosto che strapparlo per averlo un attimo con sé, per un gesto di mero egoismo, e farlo morire.

Sempre e soltanto questione di scelte, personali, interiori. Una delle poche scelte che ci è rimasta è quella di scegliere per noi. Se c’è qualcosa che continuerò a dire alle persone, quando mi chiedono della mia scrittura, penso rimarrà sempre questa.

Prendiamoci il diritto di scegliere la nostra vita, senza ascoltare ciò che dicono fuori di noi.

Fuori non è dentro, fuori è non sapere, è non voler conoscere. Fuori è un preconcetto, è una pre – idea, è fermarsi dunque un attimo prima di pensare. Quando alle presentazioni racconto della “filosofia” del mai controcuore mi riferisco proprio a questo. Non potremo mai essere felici lontano dalla nostra natura, dai nostri veri bisogni.

Avere contro il nostro cuore, reprimere i nostri reali desideri per timore dei giudizi altrui, non ci rende autentici. Se non siamo autentici non possiamo essere felici. Andare controcuore alla fine significa questo, non soltanto fuggire dall’amore per paura del fallimento ma ritirarsi da qualsiasi rischio per paura del fallimento.

Ci sarà sempre qualcuno che saprà riconoscerci, ed è sempre lì che dobbiamo lasciare che cada il nostro sguardo. Io cerco di far cadere il mio sulle cose positive che mi capitano, sulla bellezza che incontro e cerco di spostarlo da quello che di brutto e triste purtroppo vedo, vivo, ma provo a tenere fuori il più possibile.

Inseguire un proprio sogno ci espone a tutto, a venti e correnti. Chi sceglie di farlo ha maturato già in sé quella forza che gli permette di non arrendersi. Se un lavoro merita di vivere e verrà apprezzato vivrà, non importa quanto sarà forte il clamore del diniego. Nella mia vita privata cerco di circondarmi di persone che vivono in modo simile al mio, perché abbiamo bisogno di positività per crescere, per migliorare.

I nostri veri affetti, coloro che ci conoscono veramente, saranno sempre un rifugio, un punto di forza.

Positività non è superficialità.

Nella vita il disincanto lo abbiamo vissuto tutti. Abbiamo tutti vissuto momenti di dolore profondo. Non reagire in modo costruttivo anche ai dolori non risanabili, spingerebbe gli esseri umani a trovare milioni di giustificazioni per il proprio comportamento. Invece il dolore possiamo scegliere di utilizzarlo in modo che non diventi un pass da usare contro gli altri ma un punto di forza da cui ripartire. Forse se esiste un piccolo segreto per riuscire in qualcosa, se pure ciò che rende successo il nostro lavoro sia sempre completamente imprevedibile perché il bello ci investe d’improvviso, è proprio questo: dedicarsi a costruire, mai a distruggere, niente e nessuno.

Ci provo ogni giorno a vivere così e sono sincero, non ho mai visto finora nessuno riuscire in qualcosa scegliendo di canalizzare in modo demolitivo il proprio tempo. Basare il proprio tempo nel criticare lascia sottintendere che non si abbia nulla di così interessante da raccontare di sé. Non speronare gli altri purtroppo non scongiura il fatto che gli altri non provino lo stesso a farlo con noi, ma l’importante è tirare dritti verso il proprio sogno.

Un sogno si realizza soltanto così: sudore, umiltà, coraggio, occasioni colte e amore per le persone, persino per quelle che per motivi oscuri alla ragione, vorrebbero sbarrarci la strada. Incoraggerò sempre le persone a inseguire quel che cercano. Il successo degli altri, in ogni ambito, nulla toglie a noi e alle nostre possibilità. Forse se si interiorizzasse questo, si smetterebbe di credere che per salire si debba tirare giù.

Forse se si interiorizzasse questo il mondo che diciamo che non cambia mai finalmente un po’ cambierebbe.

La vita è il tentativo di superarsi e non di superare.

 

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Giorno dopo giorno setaccio il web, alla continua ricerca di idee e casi studio interessanti.

1 commento

Cristina · 11/09/2016 alle 23:52

Complimenti…sto provando anche io e ciò che scrivi, mi da la forza…è meraviglioso quando si incontra qualcuno che la pensa come te…grazie

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