comunicazione non violenta 3

C’era una volta un orso di nome Bob, animoso, pieno di rabbia, conosciuto per essere aggressivo e violento nel relazionarsi con gli altri animali della foresta. A Bob  questo non interessava, per lui era importante dare sfogo alle sue emozioni, anche le più negative e fare quello che voleva senza interessarsi delle reazioni altrui.  Un giorno  Bob, pronto ad attaccare una preda quasi certa, fu interrotto dalla Giraffa Betty  che da poco si era insediata nel territorio ma che aveva molto sentito parlare di lui e voleva fare di tutto per aiutarlo. Betty gli fece una semplice, ma potente domanda: “ sai che cosa è la comunicazione non violenta?”, Bob rimase senza parole e chiese maggiori spiegazioni. “La comunicazione non violenta – continuò Betty – è quella forma di comunicazione che consiste nel DARE DAL CUORE!

Bob rimase perplesso da questa esclamazione e curiosamente chiese a Betty di raccontarle il vero significato , così come io faro con voi.

Betty con la frase “Dare dal cuore” si riferiva ad una comunicazione guidata dal rispetto, dalla comprensione, dall’amore, dall’empatia, dall’interessamento verso gli altri anziché dettata da egoismo, pregiudizio, rabbia, sospetto.

Lo psicologo Marshall B. Rosenberg, ci ha lasciato tra le sue eredità, un interessantissimo libro dal titolo Le parole sono finestre (oppure muri), nel quale egli sottolinea come l’importanza del linguaggio e l’uso delle parole siano fondamentali per un corretto scambio comunicativo. Rosenberg ci guida nel ripensare il modo con cui esprimiamo noi stessi ed ascoltiamo gli altri. Il linguaggio che utilizziamo diventa  quindi “consapevole” perché basato su risposte coscienti di cioè che siamo, sentiamo, vogliamo e percepiamo e non  dettato da agiti o reazioni automatiche.

comunicazione consapevoleIl risultato di questa consapevolezza porta di conseguenza ad un miglioramento delle reazioni con gli altri, con il partner, i figli, grazie al fatto che impariamo a comunicare senza criticare, attaccare, insultare  o sentirci “etichettati” e pertanto senza entrare in conflitto.

In pratica, come possiamo trasformare la nostra comunicazione violenta, critica e giudicante, in una comunicazione non violenta, di rispetto, di ascolto attivo e di comprensione? Marshall B. Rosenberg identifica un vero e proprio protocollo di comunicazione composto da 4 fasi (gli esempi sono riportati dal libro ““Le parole sono finestre [oppure muri]”):

  1. Osservare i fatti in modo oggettivo, cioè analizzarli per quello che sono e descriverli il più precisamente possibile per cosa li ha fatti scatenare, per come si sono manifestati, e farlo liberi da valutazioni, giudizi, sensi di colpa o affidamento di responsabilità altrui. Insomma esprimere esattamente quello che è successo come se ti guardassi dall’esterno senza alcuna forma di interpretazione. Ad esempio:
COMUNICARE “CON VALUTAZIONE”COMUNICARE “CON OSSERVAZIONE”
Raramente fai quello che voglioLe ultime 3 volte che ho proposto un attività tu hai detto che non volevi farla
Paolo è molto scadente come giocatore di calcioPaolo non ha segnato un gol in 20 partite

 

  1. Una volta esplicitati i fatti in modo oggettivo, descrivere le emozioni che questi hanno provocato, quali sono gli stati d’animo lasciati da quanto successo e anche qui, raccontarli senza paura, ma lasciarli fluire nella loro più totale purezza, distinguendo (ATTENZIONE!) quello che sento da quello che penso!. Ad es. “Mi sento incapace come chitarrista”, che riguarda un pensiero in merito ad una propria incapacità dovrebbe trasformarsi con “Mi sento insoddisfatto come chitarrista”, oppure “Mi sento frustrato come chitarrista”. Altrettanti esempi di frasi che esprimono le proprie emozioni possono essere “ Sono commosso, curioso, agitato, arrabbiato, ecc”.

 

  1. Esprimere a me stesso il mio bisogno di base, cioè quale è il reale bisogno o necessità nascosti dietro alla mia comunicazione non efficace? In poche parole che cosa voglio dall’altra persona che non riesco a chiedere correttamente e libera da pregiudizi o critiche? Ad es. dire “Quando non sei venuto mi è dispiaciuto, perché avrei voluto parlarti di alcune cose che mi turbavano” è molto diverso dal dire “mi hai dato un dispiacere quando ieri sera non ti sei fatto vedere”. Nel primo caso sto apertamente ammettendo il motivo per cui sono dispiaciuto, nel secondo sto dando la colpa ad un’altra persona in merito ad un mio bisogno personale.

 

  1. Una volta capita la reale esigenza nascosta, dichiararla apertamente, facendo letteralmente una richiesta all’altra persona, cioè esprimendo cosa vorrei e come lo vorrei dall’altra persona e che non sto ricevendo, e verificare se l’altra è disposta ad accettarla e a metterla in pratica. In che modo? Semplicemente chiedendoglielo! Ad. Es. “Saresti disposto a comportarti in questo modo?”

Concludo sottolineando l’importanza del cambiamento nel modo di comunicare perché cambiare noi stessi attraverso un nuovo linguaggio, alla luce di nuove consapevolezze, è un primo passo importante per creare quindi un mondo dove dare e ricevere  empatia, perché abbiamo bisogno di empatia per poter dare empatia!

Valentina

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Sales, Business & Life Coach Laureata in scienza della Comunicazione e con alle spalle quasi vent'anni di esperienza in ruoli commerciali, di marketing, di comunicazione, di coordinamento di gruppi di lavoro in piccole e grandi aziende, a 38 anni, Valentina decide di intraprendere una nuova avventura di crescita personale e professionale conseguendo dapprima la certificazione in Corporate e Business Coach, riconosciuta dalla International Coaching Federation, e successivamente la certificazione di PNL Master Practioner, riconosciuto dalla NLP of Society. Ha inoltre una grande passione per la musica, adora cantare e ballare, soprattutto insieme a sua figlia. Il suo motto è “guardare lontano, guardare oltre”, perché raggiungere un obiettivo personale, non è solo un sogno, può diventare realtà assumendo una forma, un contenuto, una direzione di cambiamento e di crescita.

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